lunedì 30 luglio 2012

"Are you ready for a house party?"




Mi sono chiesta se fosse giusto scrivere un post riguardante il concerto di Bruce Springsteen a Zurigo.
Tralasciando il fatto che sono ormai trascorse tre settimane ( tanto che resta solo una tappa europea del tour), per un attimo, ma solo per un attimo, ho pensato: "Ho già parlato del concerto di Firenze, non vorrei ripetermi"
Poi ,improvvisamente, mi sono detta: “Impossibile. Non potresti ripeterti.”
Ed eccomi qua a spiegarvi il perché, a  farvi capire la ragione che spinge molti suoi fan a seguirlo in più di una tappa, a mettere nero su bianco i motivi per cui non è assurdo vedere due suoi concerti a distanza di nemmeno un mese.
Ogni concerto di Springsteen può esser considerata una fenomenale pagina di rock live e come ogni cosa bella, andrebbe vissuto più volte.
Sarebbe come dire “Ho amato tanto Parigi, ma non ha senso tornarci di nuovo, ci sono già stata”.
E' esattamente questo il punto.
I concerti di Springsteen non sono semplici concerti: sono esperienze.
Esperienze di condivisione, passione, gioia, riflessione, commozione, divertimento, comicità, scoperta.
E mai sono uguali a sé: questa è l’unica certezza che dovrete portare con voi una volta deciso di tornare a un suo concerto, anche se sono trascorsi pochissimi giorni  (in molti casi si tratta addirtittura del giorno successivo).
Ovvio, non sempre  è possibile: le finanze languono e gli impegni sono spesso tanti.
Ma se doveste avere la possibilità, vi consiglio di ripetere l’esperienza e  mi darete ragione.
Nel mio caso non era assolutamente prevista una seconda data del suo attuale tour, per di più all’estero.
Ma l’epico 10 Giugno fiorentino mi aveva lasciato ancora sete di Bruce (non di acqua, presa abbondantemente durante la serata!)
Ogni volta che ripenso a quel giorno, riavverto ogni singolo brivido sulla pelle.
Li ho riprovati anche a Zurigo, di cui mi sono affrettata a prendere i biglietti pochi giorni dopo Firenze, quando ancora le mie scarpe da ginnastica non erano del tutto asciutte e un bel febbrone mi aveva messa k.o.
Sì, li ho riprovati anche lì, nonostante il caldo soffocante e il sole ustionante come non mai.
Niente a che vedere con l’acquazzone fiorentino, la temperatura che gradualmente calava accompagnandosi a vento gelido, la sensazione di essere fradici in punti del corpo di cui non conoscevi nemmeno l’esistenza.
Stavolta l’intenzione era godersi il concerto senza interventi atmosferici d’alcun tipo che, seppur suggestivi e magici, hanno forse impedito di seguire al meglio il concerto: l’impressione avuta da tutti noi “diehards” fiorentini, infatti,  era stata quella di essere entrati in trance da un certo momento della serata, annebbiando ogni ricordo.
Ma non le emozioni.
Le emozioni erano il nostro motore, il nostro ombrello, ciò che ci faceva scaldare dall’acqua gelida e dal vento.
“Come sarà Zurigo?”mi chiedevo prima di partire.
 Dopo aver assistito a un tale evento epocale, vi confesso che ero un po’ preoccupata: avevo paura che niente sarebbe stato al suo pari, che avevo goduto il massimo possibile.
Ma in realtà, dentro di me, sapevo benissimo che di Bruce sempre bisogna fidarsi e che mai, mai darà il 99% ad uno spettacolo: solo il 100%, è garantito.
E se non vi fidate di me, basti pensare a ciò che ha lui stesso dichiarato in un’intervista circa il suo scopo in ogni concerto:  farci tornare a casa “with your hands hurting, your feet hurting, your back hurting, your voice sore, and your sexual organs stimulated!”
Nei giorni precedenti, l’effetto post-concerto s’era fatto sentire e sia io che il mio ragazzo ascoltavamo a rotazione ogni giorno, in ogni luogo, la sua intera discografia.
In particolare il mio stomaco subiva (e subisce ancora) qualche strana contrazione su alcuni pezzi, come su uno dei mie preferiti Backstreets, sentita live a Firenze: un vero e proprio regalo che il Boss c’ha voluto donare, non suonandola così spesso.
Bastano quelle note iniziali suonate al pianoforte, per farmi tremare e dopo Firenze, la sensazione non poteva che farsi più intensa.
Tornando a Zurigo, le domande che mi ponevo erano tante: quali pezzi farà, suonerà  qualche rara chicca, riuscirò a sentire la mia Thunder Road ?
All’ultima vi rispondo subito : no, nemmeno stavolta Bruce ha suonato la mia canzone preferita di sempre.
Ma sono stata ampiamente ricompensata.
Trovandomi a Zurigo già da due giorni e avendo pagato un biglietto apposito per entrare nel pit (là non esiste alcuna lottery), mi sono recata allo stadio con maggiore calma rispetto a Firenze.
Alle due del pomeriggio arriviamo al Letzigrund Stadium, già invaso da centinaia di persone che come noi avevano acquistato i carissimi biglietti (in tutti i sensi, visto il prezzo...)
Ci facciamo timbrare la mano con il consueto numerino (questione di ordine, giustissimo) e con i nostri 340 e 341 iniziamo a pregustare la nostra ennesima vicinanza al palco.
Nel corso di quelle 3 ore di attesa, il sole si fa sempre più cocente, la nostra pelle brucia, la disidratazione diventa un potenziale pericolo, ma…che importa?
Dopo poche ore saremmo nuovamente stati lì, vicino a lui, a vivere ogni attimo della sua passioen, del suo entusiasmo contagioso, della sua dichiarazione di amore alla musica e al suo fedele pubblico.
Entriamo verso le 5 , a sole due ore dall’inizio del concerto, e scendendo gli scalini ripidissimi che ci avrebbero portato al pit, sentivo il cuore battere all’impazzata: come se volesse uscire dal corpo e correre insieme a noi fino al palco.
Ancora più vicini rispetto a Firenze.
Chi l’avrebbe detto.
Trovo alcuni italiani con cui condividere qualche ricordo di questo tour e capisco che siamo veramente tanti: noto, infatti, più di una bandiera italiana sventolare nel pit assieme a qualcuna spagnola, confermandomi così  che siamo proprio noi i pubblici più caldi e folli, che lo seguono ovunque.
Sono sempre stata a conoscenza delle differenze tra noi e il pubblico straniero e ciò viene ribadito dallo stesso Stevie in una recente intervista rilasciata a Rolling Stone: “gli americani vanno a un concerto per osservare, gli europei per partecipare”.
Nessun’altra frase poteva essere più esplicativa di questa, ma in realtà ho notato molte differenze anche tra gli stessi europei.
Innanzitutto per quanto riguarda l’età media: all’estero risulta più alta rispetto che in Italia, dove molti suoi seguaci hanno appena l’età dei giovanissimi figli di Bruce.
Seconda differenza è il calore: innegabile l'abissale differenza in quanto a comportamento e entusiasmo.
Fortunatamente mi sono trovata vicino a qualche italiano, perché vi posso assicurare che ero circondata da molte statue di cera.
Francesi e tedeschi con espressione accigliata, braccia conserte, bocca costantemente chiusa dalla quale non usciva alcun tipo di suono: sembrava assistessero al comizio di qualche politico locale in un circolo A.r.c.i …anzi, in quelle occasioni scommetterei di poterci trovare vecchietti con bastone e cataratta ben più arzilli di alcuni miei vicini stranieri di concerto.
Come potete vedere nella foto in alto, per l’occasione avevo preparato un cartello scrivendoci una vera dichiarazione di fedeltà:  “I’m a fuckin’ die-hard from Florence!”, nella speranza che lo potesse leggere e ricordarsi per qualche istante quella magica serata.
Ve lo anticipo subito: Bruce riuscirà davvero a leggerlo.
Tralasciando la parentesi pubblico (anche perché dopo poche canzoni riuscirò a spostarmi e allontanarmi da quelle mummie) ... concentriamoci sulla musica.
Dopo la loro entrata in scena sulle note di Morricone (questa volta s'è trattato dell'allegra soundtrack de "I Magnifici Sette"), si parte con una rara e potente  Don’t look back, la prima delle 3 tour premiere che costelleranno questa serata.
Dopodiché la fedele, energetica, adrenalinica Badlands.
Il pubblico qui in Svizzera si scalda molto lentamente così l’entusiasmo non pare lontanamente comparabile a quello vissuto nel pit fiorentino: a un certo punto, vi assicuro che mi sono trovata a saltare e cantare da sola.
Ed ecco un’altra bellissima sorpresa: la coinvolgente The Ties that Bind.
Il passato lascia poi spazio al presente con una carrellata dei suoi ultimi pezzi (che a me piacciono moltissimo): We take care of our own, Wrecking ball, Death to my Hometown.
Purtroppo il pubblico non reagisce, appare passivo anche sulle note dell’incontrollabile Wrecking Ball (dove persino i sassi salterebbero da soli).
Sembra che lo stesso Bruce e la band se ne accorgano e capiscano che ci vuole ancora qualche scintilla per accendere un vero fuoco: lui stesso lo insegna in “Dancing in the Dark”, quando canta “You can’t start a fire without a spark”.
Qualcosa,però, sta per cambiare ...quella scintilla sta per accendersi.
Ecco l’immancabile My City of Ruins, per me uno dei punti più alti in quanto a intensità e coinvolgimento.
Con un delicato sottofondo musicale che anticipa l’inizio della canzone, Bruce dedica qualche parola a tutti coloro che abbiamo perso nel corso degli anni, ma che resteranno sempre nel cuore: il riferimento, ovviamente, va a Danny Federici e a Clarence, ricordati anhce nella sua leggendaria frase:  “if you’re here and we’re here, then they’re here!” 
Ed ecco che inizia My city of Ruins…con quel “Come on, Riiiiise Up” , dove la sua voce si perde tra quelle di altre migliaia di persone, unendosi in un coro che strappa le corde vocali e strazia le anime.
Sì, lì qualcosa si accende: quando lui fa il suo primo bagno di folla a pochissimi palmi di mano da me, quando inizia a guardarci negli occhi e ci legge voglia di condividere qualcosa di grandioso.
La successiva è la sempre grintosa Spirit  in the Night, anticipata dalla sua consueta, urlata incitazione“Can You feel the spirit?” e i nostri due “Yeah” come risposta, scanditi dalla batteria di Max.
Su questo pezzo viene messo in risalto Jake, il quale sta sostituendo lo zio Clarence con grande talento e una sempre più spiccata personalità (basti pensare al grandissimo assolo sulla meravigliosa Jungleland, suonata per la prima volta in questo tour due sere fa, regalandoci toccanti e intensi minuti di emozione).
Ennesimo bagno di folla di Bruce, assieme stavolta alla new entry della E street band : la scintilla è scattata e il fuoco s’è acceso.
Ecco aprirsi lo spazio alle sign requests, ovvero le canzoni richieste dal pubblico attraverso i propri cartelli, come se la band fosse un vero e proprio juke box : idea nata in un precedente tour, permette di pescare dal loro repertorio pezzi talvolta rarissimi, quasi mai suonati e talvolta pezzi più noti ma che ben si incastrano nel puzzle del concerto.
Perché non dimenticate: Bruce Springsteen non lascia mai niente al caso e ogni modifica fatta alla scaletta buttata giù mezz’ora prima in camerino (e che viene,per ogni tappa, completamente stravolta), viene intelligentemente pensata da lui seguendo gli umori del pubblico, il mood dell’intera serata.
Stavolta è toccato a ben 4 pezzi, il primo dei quali ha suscitato vere lamentele da parte del pubblico: una Working on a dream che i fan di Springsteen non apprezzano particolarmente e che la stessa band non si ricordava come suonare, creando uno dei tanti momenti di comicità della serata!
Ma sono bastati pochi minuti per trasformare il “chiacchiericcio” generale, fatto di lamentele e infamie verso il responsabile della richiesta, in entusiasmo vero e proprio quando le successive requests soddisfatte sono state la meravigliosa Growin Up e la rara Save my Love, canzone scritta negli anni ’70, ma pubblicata come inedito solo nel 2010.
Due bellissimi regali, lo devo ammettere.
Ma non è ancora finita.
Nel frattempo ecco Jack of all trades, sempre emozionante, nonostante il sole fosse ancora alto nel cielo e mancasse un elemento suggestivo a coronare l’esibizione: l’intero stadio che in religioso silenzio, accende gli accendini, anzi, i propri i-phone o smartphone, creando un’atmosfera da brividi.
Dopo arriva Youngstown : potentissima, mette in evidenza il  talento di Nils con uno spettacolare
assolo che si guadagnerà un lungo applauso da parte di tutti noi.
C’è spazio al divertimento e al trionfo della musica con Johnny 99: coinvolgente e festosa, al termine vede l’arrivo sulla pedana centrale di Bruce insieme a tutto il reparto fiati della band.
Incredibile, ti lascia senza fiato: se ti trovi vicino come lo ero io, hai l’impressione di poter suonare quegli strumenti,e hai quasi paura che il trombone ti porti via la testa.
Arriviamo così a lei…a Workin on the Highway.
È un pezzo fisso della scaletta, niente di eccezionale direste.
È sempre divertente, gioiosa e tutta l’attenzione è concentrata solo su Bruce che al centro del pit suona la chitarra e imita le movenze di Elvis, uno dei suoi miti.
Ma facciamo un passo indietro.
In uno dei suoi bagni di folla, aveva iniziato a toccare le nostre mani, a scrutarci, scherzare con noi, a guardare le nostre dediche su pezzi più o meno grandi di cartone….ed ecco che a un certo punto ha guardato verso il mio e lo ha indicato, aprendo la sua bocca in un sorriso vero e spontaneo.
Eh sì, nemmeno lui s’è dimenticato di quell’elettrica serata toscana.
Poi,come se si ricordasse di quel cartello letto poco prima, ecco che succede qualcosa durante Workin on the Highway… Bruce raggiunge la pedana, a nemmeno un metro da me e inizia a trasmettere tutta la sua invidiabile energia sulla chitarra portata a tracolla.
Arrivato a metà canzone, il mio respiro si arresta per qualche secondo.
Perché?
Perché lui improvvisamente mi guarda, tende il suo nerboruto braccio nella mia direzione come a dire
“Hey you girl, sing with me”, e canta per una ventina di secondi senza mai, sottolineo mai, distogliere lo sguardo da me.
Ammetto di sentirmi un po’ in imbarazzo a raccontare questo: non vorrei essere confusa con una di quelle ragazzine invasate che rischiano di svenire toccando un dito del proprio artista preferito.
Però su, cercate di capirmi: poter dire che per quei 10/20 secondi Bruce Springsteen ha guardato me e solo me, beh…scommetto che un qualsiasi altro suo fan avrebbe perso parte della sua  lucidità mentale, come è accaduto alla sottoscritta.
Si trattava del ritornello: lui cantava i versi più complessi e veloci,  lasciando a noi il più semplice “workin on the highway”, l’unica parte su cui io stessa mi sentivo sicura in quei momenti.
Ascolto Bruce Springsteen da anni e anni, compresa Workin on the Highway, ma è uno dei pochi testi che non riesco a farmi entrare in testa e in quell’occasione ho biascicato frasi senza senso.
Forse per questo mi guardava: avrà pensato “Ma che diavolo sta cantando?"
A parte questa mezza figuraccia, sono stati secondi intensissimi: non ha mai smesso di sorridere, ma ciò che mi ha più sorpresa era lo sguardo… magnetico, carismatico, ma al tempo stesso familiare, dolce,  quasi paterno.
Mentre chiedevo pizzicotti in giro per accertarmi che tutto stesse accadendo sul serio, ecco che ci scateniamo sulle danze irlandesi di Shackled and Drawn, che dal vivo è incredibilmente travolgente.
Dopodiché la consueta Waitin on a sunny day, con il rito della scelta tra il pubblico del pit di bambini da far salire sul palco per far cantare loro il ritornello.
Spesso a dominare ci sono stonature, momenti di imbarazzante silenzio, parole storpiate, ma come era accaduto a Firenze, anche stavolta sale una bambina (non a caso italiana!) intonatissima e dalla voce potente che non si fa intimorire dalla presenza di Bruce al suo fianco.
Sempre intensa e bellissima la "Terra Promessa” springsteeniana, cantata e suonata da lui con l’armonica in mezzo al pubblico.
Ed eccoci all’ennesimo regalo per tutti noi, quarta sign request soddisfatta, terza tour premiere della serata: Bruce si siede al pianoforte, solo, e presenta la canzone come una “wedding song”, essendo molto suonata nei matrimoni durante il cosiddetto primo ballo dei novelli sposi (io stessa ci sto facendo un pensierino…).
Si tratta della meravigliosa, poetica If I Should Fall Behind.
Vi consiglio di cercare il testo e di leggerlo attentamente.
È la canzone d’Amore per eccellenza, una dichiarazione che qualunque uomo o donna innamorata dovrebbe fare all’altra persona, nel momento in cui si accingono a intraprendere un percorso fianco a fianco: ci siamo promessi di camminare insieme, piccola, qualsiasi cosa accada…che se nel crepuscolo dovessimo smarrire la strada o mentre camminiamo, una mano smarrisse l’altra, io ti aspetterò…e se dovessi rimanere indietro io, aspettami tu.
L’interpretazione di Bruce ha sospeso il tempo e i pensieri, devastandoci a livello emozionale tanto che io e il mio ragazzo ci siamo commossi quasi fino alle lacrime vere.
E’ poi il tempo della struggente The River, dell’energetica e speranzosa The Rising, per poi passare a una di quelle canzoni che ti mette subito il buon umore, Out in the Street, con il suo “Oh oh oh oh” cantato in simultanea da decine di migliaia di persone.
Land of hope and dreams chiude la cosiddetta parte ufficiale dello show, ma Bruce non ha bisogno di riposo dopo 2 ore e tantomeno vuole lasciarci il tempo di riprendere il respiro e così via con i bis, inaugurati da We are alive, dal vivo ancora più bella che sull’album.
La freddezza iniziale dello stadio è un lontano ricordo: il fuoco è stato acceso ed è vivo più che mai.
Il pubblico ora è completamente nelle sue mani e  può farne ciò che vuole.
In altre recensioni del concerto, infatti, è stato sottolineato quanto sia stato unico ciò che è successo al pubblico: mai si è passati da tanto gelo iniziale a tanto entusiasmo e follia incontrollabile alla fine.
Un cambiamento radicale che solo il Boss è capace di creare.
Con Born in the Usa lo stadio esplode e i nostri cuori sembrano andare a tempo con il suo incalzante e notissimo ritmo.
Stesso discorso con Born to Run, una delle mie canzoni preferite di Bruce, dove il solo urlare tutti assieme, con lui, “tramps like us, baby we were born to run”, vale l’intero concerto.
Hungry hearth, Seven nights to rock, Dancing in the Dark continuano  a mantenere l’energia a livelli ormai altissimi, che niente hanno da invidiare a quelli più caldi italiani.
Il 30° pezzo è il simbolico e bellissimo 10th Avenue Freeze Out,che racconta la nascita dell’estreet band: occasione perfetta per ricordare Clarence con un video tributo sempre commovente, ma che mai cade nel facile pietismo,  raccogliendo le immagini più significative e divertenti del Big Man, come performer eccezionale e amico di Bruce.
Il pubblico, però, non ne vuole proprio sapere di lasciare andare la band ed ecco che ci lanciamo nell'inconfondibile coro: un'altra Bruce, un'altra.
Sì, c’è ancora tempo.
È il tempo dello Swiss Twist, come lo ha ribattezzato lui stesso e partono così le prime note della travolgente, dirompente Twist and Shout.
Devo confessare che nonostante il divertimento sempre assicurato con questo pezzo, grazie ancche a balletti improvvisati dallo stesso Bruce, avrei aggiunto l’acqua che su questa scrosciava impetuosa a Firenze: non prendetemi per matta, ma chi c’è stato, sa bene di cosa sto parlando.
Sto parlando del senso pieno di libertà. Libertà di saltare nell’acqua e sotto l’acqua come se non ci fosse un domani, di cantare nonostante le tue corde vocali ti abbiano già abbandonato qualche canzone prima, di urlare senza i pensieri quotidiani che la pioggia ha annegato con la sua dolce violenza.
Questa volta sì, il concerto è davvero finito.
Usciti dallo stadio, un improvviso acquazzone prende tutti alla sprovvista, spingendoci a correre ancora più forte per non perdere il tram.
Che strano...a Firenze la pioggia aveva iniziato a cadere sul primo pezzo, per poi paradossalemente cessare appena entrati in auto...a Zurigo è accaduto esattamente il contrario.
E' come se ogni dettaglio venisse accuratamente studiato, previsto: a Firenze la pioggia è stato l'elemento che ha fatto la differenza, a Zurigo invece, è come se qualcosa ci avesse voluto preservare dall'ennesimo bagno.
Non doveva accadere, tutto qui, non era previsto.

Vi lascio ora con quella che considero la perla della serata: parole e musica, fuse assieme, che riescano nell'impresa di spiegare l'amore senza banalità, ma semplicemente parlando a migliaia di cuori pulsanti là davanti, attraverso la voce delle emozioni...

Buon ascolto e a presto....





10 commenti:

  1. Adoro leggere i tuoi racconti su Bruce! Sono una descrizione meravigliosa e sentita di un' esperienza che so essere impagabile!! Invidiando un po' i nostri fratelli in svezia e aspettando con ansia il prossimo tour ti mando un bacione!!
    Valentina (sempre io, quella del post di firenze)

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    1. Ciao Vale! Che carina, grazie mille per i tuoi complimenti, mi metti in imbarazzo! :-)
      Anch'io invidio i cari amici svedesi...non riesco proprio ad immaginare quale sarebbe stata la mia reazione alle prime, inconfondibili note di Jungleland...per non parlare dell'intensissimo assolo di Jake che, travolto dall'emozione, s'è commosso...bellissimo...!!!

      Sì, anch'io aspetto con ansia il prossimo tour e incrociamo le dita sulle "voci" di corridoio!! ;-)

      Grazie ancora Vale, un bacione anche a te!!

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  2. Ah e tranquilla!! Nessuno potrebbe prenderti in giro per la trance in cui ti hanno mandato quei 30 secondi di WOTH... voglio dire: già guardare negli occhi una persona è particolare, poi se questa persona è qualcuno che stimi è spettacolare... e se questo qualcuno è Bruce Springsteen del New Jersey , beh ragazza, è qualcosa di sublime!!! Ma ce la facevi a respirare??? Cavoli che emozione!!! 20 secondi preziosi come l'oro!!
    Valentina

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    1. Ahahahahah!!! :-D
      Meno male Vale, mi hai rassicurato sul fatto di non essere mezza grulla (come si dice dalle mie parti! ;-D)!
      Eh sì, in effetti ho rischiato di non riprendere più a respirare!Ero come sotto incantesimo, con quello sguardo realmente magnetico, carismatico, ma al tempo stesso dolce...non sapevo cosa fare, mi ero dimenticata ogni parola della canzone e per sopperire alla mia apparente ignoranza, ho ritirato fuori il cartello!! ahahah!! NOn ero più padrona delle mie azioni!
      Sono davvero stati 20 secondi preziosissimi e non me li dimenticherò certamente...;-)
      Un salutone!!! :-)
      Ale

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  3. Ciao, bellissimo pezzo! ti seguirò su Twitter, visto che sai scrivere anche bene! Per Working on the Highway, se vuoi, la prossima volta ti aiuto a ripassare il testo. Tra l'altro, io sono quello che ha aiutato a ripassare il ritornello di Waiting on a Sunny Day al ragazzino che l'ha cantata a Trieste... quindi, ho una certa esperienza! Ciao da Fabio

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    1. Ciao Fabio!! Ti ringrazio nuovamente per aver letto il mio post e per i complimenti!!!
      Sul testo di WOTH, ci sto!! ahahah!! :-) In realtà l'effetto che mi ha provocato il suo sguardo è stato talmente devastante che mi avrebbe fatto dimenticare le parole anche di tutti gli altri testi che conosco perfettamente a memoria!!
      Povera me...:-)
      Hai visto che cosa ci ha combinato quell'ometto a Helsinki (anzi, nell'intera Scandinavia) ? Ormai non mi sorprendo manco più...come hanno scritto sul forum di Backstreets: "Test his urine!" ;-)
      Grazie ancora Fabio!!

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  4. Nel 2009 a Roma gli ho stretto la mano, e nel farlo lui mi ha guardato negli occhi. Il nostro dialogo, muto ma intensissimo è andato avanti per circa tre ore. Certo, per tutti gli altri son sembrati 3 secondi, ma la verità la sappiamo io e Bruce. Credimi, in quelle 3 ore gli ho raccontato di come un ragazzo timido e introverso, complessato e insicuro ha avuto modo una sera di ascoltare un disco. Era la fine del 1984, quel quattordicenne ero io e il disco era BITUSA. Da quella sera, tutto è cambiato, è stato come se non avessi mai sentito nulla del genere prima di allora (lo so, anche un tale Landau ha scritto qualcosa di analogo, ma io non mi sento plagiato e perdono di cuore al buon Jon di avermi "rubato" alcune parole). Ecco, in quelle tre ore ho cercato di condensare i miei sentimenti verso Bruce e ho cercato di spiegargli cosa aveva fatto per me. Lui mi ha ascoltato pazientemente (mentre tutti intorno suonavano, ballavano, cantavano ma non ci disturbavano) e alla fine mi ha semplicemente stretto forte la mano, ha annuito e mi ha detto qualcosa tipo : "un giorno ci volteremo indietro e ci sembrerà tutto divertente...". Lo so, Bruce, vivere ogni momento senza tirarsi indietro è la grande lezione che mi hai insegnato. Prometto che ci proverò tutta la notte, tutta la vita. Dovessi guidare tutta la notte. Pagherò il prezzo, anche per quello che non si può trovare se non nel buio ai margini della città.

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    1. Fabio, che bellissimo ricordo hai voluto condividere...ti ringrazio per averlo fatto, sono parole veramente emozionanti...
      E ho capito perfettamente cosa intendi quando parli di quei 3 secondi che sembrano 3 ore, di quel dialogo muto e profondo, pieno di riconoscenza nei suoi confronti...anche se io mi sono avvicinata a Bruce solo 10 anni fa, posso capirti ugualmente...
      E condivido tutto riguardo la lezione di vita condensata in molti suoi testi: no retreat, no surrender! ;-)

      Grazie ancora Fabio!

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  5. grazie...la bambina che ha cantato con Bruce è mia figlia...:-) (piccolo il mondo, vero? ;-) )

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    1. Davvero?? :-)
      Eh sì, proprio piccolo il mondo!:-)
      Lo ribadisco a distanza di un anno: tua figlia è stata indubbiamente la bambina più brava che ho visto cantare su Waitin..falle ancora i complimenti da parte mia!
      Non oso immaginare cosa abbia provato su quel palco accanto a Bruce...quando crescerà, sono certa che il ricordo sarà ancora forte e vivido! ;-)

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