Chi c’è stato, non dovrà cerchiare di rosso la data sul
calendario per ricordarsi quello che è successo.
L’11 luglio è diventato leggenda e quel giorno è segnato
nelle memorie, negli occhi e nei cuori di chi era presente.
E per fortuna tra loro…c’ero anch’io.
Non è la prima volta che scrivo di un concerto di Bruce Springsteen e
non sarà l’ultima, ne sono certa, ma è come se fosse sempre la prima.
Perché come vi ho già raccontato, un suo live è come
un’opera inimitabile, un quadro dalle sfumature e suggestioni diverse, ma sempre capace di
provocare una vera e propria sindrome di Stendhal dopo la quale difficilmente
si resta gli stessi.
E cari miei, trascorsa quasi una settimana da quella
serata, alzi le mani dalla tastiera chi, tra quegli oltre 33.000, è riuscito a
riprendersi.
Io, per la cronaca, no.
E questo basti a spiegare a tutti coloro che mi chiedono “Vai
a vedere Springsteen di nuovo?” le reazioni che un suo concerto riesce a
provocare.
Basti ascoltare le chiacchierate che ci scambiamo nelle lunghe
ore precedenti, vedere l’attività frenetica della scrittura sui cartelloni rimediati
ovunque, basti percepire i brividi nell’ascoltare i racconti dei tuoi vicini di
fila sui suoi concerti epici e vedere quante generazioni siano unite sotto il
sole (o la pioggia, a seconda dei casi).
Il più piccolo in fila è probabilmente nato sulle note di
Waitin on a Sunny Day, mentre il più “vintage” segue Bruce da quando mandava “saluti da
Asbury Park”.
Questo è il potere del Boss.
Ok, a lui non piace essere da tutti chiamato così, ma è
innegabile che sia lui a dettare legge quando si tratta di raccontare una
storia, una vita attraverso immagini evocative o un personaggio dalle mille sfumature che ha voglia di
riscatto e di acchiappare quei sogni che rincorre da tempo, sfrecciando lungo
autostrade che portano verso un futuro diverso.
Migliore.
Lui è il Boss perché ogni volta che lo andiamo a vedere, ci
invita a salire sulla sua auto e ci guida verso quei sogni che stiamo
rincorrendo e pregustiamo di raggiungere, mentre sentiamo il vento in faccia e
le sue note diffondersi nell’aria…note che ci scuotono dentro e ci fanno piangere,
poi ridere , poi saltare, poi sognare.
Lui è il Boss quando si tratta di divertirsi, di svagarsi
e giocare con la musica, attraversando generi e mood diversi, ma uniti da una stessa
passione, da un identico obiettivo: regalare una serata indimenticabile, una
dichiarazione d’amore alla musica e al pubblico.
Lui è il Boss perché è sempre capace di sorprenderci.
E anche quel famoso 11 luglio ci è riuscito, in pieno.
La giornata si apre nel modo consueto: sveglia alle 4.30
del mattino, un biscotto al cioccolato mangiato al volo, la prima fila per
farsi numerare la mano e la seconda per prendere l’ambito braccialetto del pit.
Alle 8.30, prima del solito, ci troviamo già “imbraccialettati”
e pronti ad affrontare le lunghe ore che ci separano dall’atteso momento dell’estrazione
del numero che stabilirà l’ordine d’entrata nel pit.
Nel corso di quelle lunghe ore ci imbottiamo di caffeina, zuccheri e carboidrati, vediamo ragazzi dormire per recuperare le energie in vista della maratona serrale o giocare
a carte nell’illusione di far correre più veloce il tempo…intanto le requests
prendono vita sui pezzi di cartone richiesti allo staff di Rock in Roma e
leggiamo di tutto.
Qualche volta fa capolino quella NYCS e penso: “Figurati
se la fa!”
(evidentemente le mie doti di preveggenza sono piuttosto
scarse)
La giornata prosegue normalmente, come ad ogni suo concerto e arriva così l’estrazione e la speranza di sentir pronunciare un numero vicino al
proprio... e a me, devo ammettere, in questi due anni di lottery, la buona sorte ha
sempre dato un aiuto, facendomi entrare tra le primissime centinaia.
E anche stavolta non s’è smentita.
Il sole, intanto, si fa più caldo, ma a volte si nasconde dietro
nuvoloni neri che ci richiamano immediatamente alla memoria l’epica Firenze 2012…insomma, la
giornata sembra essere uguale alle altre.
E chi l’avrebbe detto che…
Vabbè, vabbè, un ricordo per volta.
Finalmente entriamo e capisco che stavolta mi troverò
ancora più vicino a lui.
E sorrido.
Passano ore, il prato dell’ippodromo lentamente si riempe
e arriva il momento (da me mai capito) dello schiacciamento collettivo dove
tanti riescono a recuperare diverse posizioni per avvicinarsi al palco.
A discapito, però, della capacità respiratoria e motoria di ognuno di noi.
Vabbè, vabbè, il pensiero della sera ci terrà carichi.
Per la prima volta in Italia arriva un gruppo supporter:
nei giorni precedenti molti storcevano il naso al pensiero e si chiedevano chi
fossero questi Cyborgs, ma sapere che erano stati voluti da Bruce faceva ben
sperare.
E infatti sono riusciti a conquistare migliaia di persone
in una sola mezz’ora di live: due musicisti incredibili, innovativi,
trascinanti, capaci di gestire una pesante responsabilità, rivelandosi fin da
subito assolutamente meritevoli di tale onore.
D’ora in poi li seguirò sicuramente.
Carichi dopo il loro mini-concerto, aspettiamo….e aspettiamo…e
aspettiamo.
Mai Bruce e la band si sono fatti attendere così tanto.
Cosa sta succedendo?
Poi all’improvviso eccoli: entrano velocemente, uno ad
uno, ma nessun microfono è stato portato al centro del palco.
Finchè non sentiamo la sua voce, senza vederlo ancora...prima un sussurro acuto e poi dirompente
per quel “Can you feel the spirit?” che riesce a compattare più di
30.000 persone in un urlo solo.
Finalmente eccolo sul palco e fin da subito avverto un’energia
strana, particolare, fortissima: mi volto verso il mio ragazzo e gli dico “E’
carico , stasera fa il botto!”
(le mie doti di preveggenza sono migliorate nel corso
della giornata)
Arrivo a pochissimi palmi di mano da lui, mentre dà tutto
se stesso in quell’apertura straordinaria di concerto, incitandoci, sorridendoci,
portandoci con sé in questo nuovo viaggio.
Un inizio così incredibile non poteva non anticipare una
serata altrettanto incredibile.
E così sarebbe stato.
Dopo si inseguono le sempre trascinanti My love will not
let you down e Badlands, la più recente Death to my Hometown, una Roulette
ultimamente sempre più suonata nel tour e Lucky Town.
Poi arrivano le prime requests: questa volta Bruce prende
tantissimi cartelli, si capisce che vuole stravolgere la setlist ancora più del
solito e seguire ciò che vuole il pubblico e così…via al rockabilly di una fantastica
Summertime Blues che ci fa ballare e divertire grazie anche alla voce del
grande Stevie e di seguito una grandiosa Stand on It.
Arrivano Workin on the Highway (che ha sempre il suo perché),
Candy’s Room che sfuma nell’intro di Not Fade Away lasciando poi campo alla bellissima
She’s the One.
Dopo un’altra request, quella di Brilliant Disguise, ecco
le prime sorprese che in tanti presenti fanno sperare che stasera….forse…..chissà….
Piano, andiamo piano.
Bruce e la E street band ci regalano, uno dopo l’altro,
tre capolavori assoluti del loro secondo album: una strepitosa Kitty’s Back che
non voleva finire, la meravigliosa e struggente Incident on 57th street e la
mia adorata, energica e festosa Rosalita che forse, stasera, è bene corra
veloce per raggiungere Bruce perché sta per arrivare un momento epico.
Infatti, dopo le solite montagne russe di emozioni che si
erano concluse con la carica e il divertimento di Rosie, ecco Bruce scendere di
nuovo a prendere una request.
...
Aspetta, sta andando proprio verso quello striscione.
Sapevo cosa c’era scritto sopra, ma non volevo crederci e ho aspettato che venisse aperto da lui e Stevie.
Ed eccola materializzarsi davanti a noi, 4 parole che avrebbero trasformato quella serata in leggenda: NEW YORK CITY SERENADE.
Aspetta, sta andando proprio verso quello striscione.
Sapevo cosa c’era scritto sopra, ma non volevo crederci e ho aspettato che venisse aperto da lui e Stevie.
Ed eccola materializzarsi davanti a noi, 4 parole che avrebbero trasformato quella serata in leggenda: NEW YORK CITY SERENADE.
Ricorderò sempre le reazioni dei miei vicini di concerto, lo stupore, le grida, i sorrisi: il prato sembrava esplodere dalla gioia e dalla riconoscenza verso Bruce.
Sì, perché tutti hanno immediatamente pensato a San Siro,
a quella richiesta che campeggiava sotto l’ormai storica scritta Our love is
real: quella sera non venne eseguita e tutti ebbero l’impressione che forse nemmeno
l’aveva letta bene.
E invece sì, l’aveva letta eccome.
Solo che Bruce Springsteen non lascia niente al caso:
NYCS, pubblicata nel 1973 nel suo secondo album, non è una canzone qualsiasi, ma
un complesso tripudio di immagini e note che si legano tra loro per 10 minuti
intensissimi.
10 minuti eseguiti live in questi 40 anni solo per 7
volte e mai in Europa.
Lui non voleva certamente “bruciarsi” un pezzo simile
improvvisandolo a San Siro: voleva che diventasse un evento vero, studiando il
modo migliore per trasformarlo in un regalo indimenticabile.
E ci è riuscito, arricchendo una già splendida versione originale con i
violini dell’Orchestra Roma Sinfonietta (l’orchestra di Morricone), che le
hanno donato un tocco ancora più suggestivo, incantevole e toccante.
Io non ho potuto fare altro che chiudere gli occhi e lasciarmene
trascinare, per quei 10 minuti preziosi come l’oro.
Ormai tutto il pubblico era in trance, incredulo e Bruce prosegue
così con una parte della scaletta più standard, ma non per questo qualitativamente
inferiore: Shackled and Drawn che ci riporta a melodie più danzanti (anche se il
testo è un vero pugno allo stomaco), Darlington County, Bobby Jean, l’immancabile
Waitin con il bambino canterino e The Rising.
Dopo Land of Hope and Dreams, si parte con i bis.
Su questi decido di indietreggiare di qualche fila: dopo
le 4 perle prese da The wild, the Innocent and the E-street shuffle, sembrava che il pubblico ancora di più volesse
stringersi attorno a Bruce, come per ringraziarlo…ma a discapito della quantità
di ossigeno rimanente che mi faceva rischiare di svenire davanti a lui.
Poi ecco esplodere nell'aria le immancabili Born in the USA, la “mia” Born to
Run da urlare come non ci fosse un domani e una Dancing in the Dark che ha
visto una proposta di matrimonio e due future spose con tanto di
velo imbracciare una chitarra insieme a Bruce.
La festa continua con Twist and Shout che, come
successo anche a Milano, sfuma nella fantastica Shout capace di farci saltare ed
urlare in preda ad un’esaltazione davvero miracolosa dal momento che, come di consueto, sono state quasi raggiunte le 3 ore e mezza di concerto.
Dopo Shout, la E street band esce, lasciandolo solo sul
palco.
Il solito urlo del pubblico non lascia equivoci: manca
lei, Bruce, non ti ci provare ad andare via senza farla.
E lui non vuole certo deluderci.
Imbraccia la chitarra, prende l’armonica ed ecco partire le
prime note della mia, da sempre, preferita: quella strada di tuono sulla quale
stiamo correndo da 3 ore e mezza con lui.
Nuovamente sento il sapore del sale in bocca: canto e
mangio lacrime, come accaduto a San Siro e non sono la sola.
La commozione ci colpisce tutti indistintamente, forse
anche lo stesso Bruce, fino a quella frase che ci unisce in un coro solo: "It's a town full of losers and I'm pulling out of here to win".
Stavolta sì, il concerto è finito davvero e lentamente
rientriamo nelle nostre vite.
Siamo pesantemente
disidratati e sudati, distrutti dalle tante ore che ci hanno visto in piedi,
schiacciati uno contro l’altro.
Ma sorrido e già dal giorno dopo sarei pronta per una
nuova tappa.
È questo il potere
del Boss, come dicevo all’inizio: ci fa salire sulla sua auto carica di sogni,
aspirazioni, voglia di rivincita, di personaggi dai nomi più diversi e dalle
storie più varie, per sfrecciare veloci lungo autostrade che ci porteranno
chissà dove e chissà quando…l’unica certezza è che da quella auto non vorremmo scendere mai.



Ti ho letto su Badlands.it, mi hai fatto rivivere tutte le emozioni di una settimana fa... grazie!
RispondiEliminaCiao Simone!
EliminaGrazie mille a te per aver letto il mio racconto su quella serata speciale...sono felice ti abbia fatto tornare a giovedì scorso e rivivere tutte quelle fortissime emozioni!
Grazie ancora!
Io c'ero !! bellissimo concerto, il più bello della mia vita.
RispondiEliminaa presto sul mio blog per un fantastico terzetto: Milano Roma e Kilkenny 2013 !
Bentornato!! :-)
EliminaEh sì, è stato un concerto indimenticabile...ogni volta che ci ripenso, sento ancora i brividi!
Allora attendo il tuo post su questo magico terzetto! ;-)
Grazie per essere ripassato dal mio blog!
A presto!
grazie a te....ti consiglio anche il blog di Paolo Moretti, il fiume, anche lui era a Roma. "I (can) close my eyes and see mani friends around me..." :)
RispondiEliminaSì, avevo letto il post di Paolo: da brividi, non trovo altre parole!
EliminaHa saputo raccontare quei "10 minuti" lasciando parlare le emozioni che noi tutti abbiamo condiviso.
Pensavo di avergli lasciato un commento, ma vedo che non c'è e rimedio subito: sento di doverlo ringraziare per aver fatto parlare il cuore a nome di tutti noi fortunati presenti alla notte romana...:-)