mercoledì 28 dicembre 2011
Mi presento: 25 anni, laureata triennale, una storia da raccontare e un futuro da costruire...con poche speranze
Sono una laureata triennale. A 25 anni.
Penso non sia mai esistito pezzo di carta più inutile di questo (tra l'altro, nemmeno quello ho, materialmente. Viva la burocrazia)
A volte dò un'occhiata a certe statistiche, inquietanti e drammatiche. Così, per puro autolesionismo psicologico.
E leggo percentuali nere, cupe. Non per il tipo di colore scelto per il carattere, ovviamente.
Ma perchè nascondono quel volto del mio amato Paese che odio.
Certi pensieri sono emersi in seguito ad uno strano colloquio che ho sostenuto una settimana fa e che m'ha spinto a riflettere.
Premetto. Si trattava di un colloquio per un semplice stage di sfruttamento e schiavismo, non di lavoro.
RiPremetto. Se mi trovo al mio primo quarto di secolo con solo una laurea triennale in mano (in Scienze Politiche, con curriculum in Comunicazione. Praticamente una Scienze delle Comunicazioni dal nome edulcorato), non è perchè sono stata ad asciugare gli scogli o a smacchiare leopardi.
Ho trascorso 2 anni e mezzo a Psicologia, dando 13 esami e facendomi il cosiddetto mazzo.
Dopo un tirocinio rivelatore, molte teorie da me non condivise e insegnamenti frustranti, capisco di aver sbagliato strada e non avendo 21 anni per gamba, ma solo 21, decido di buttarmi in una sfida: lasciare un percorso avviato per uno sconosciuto. Senza pensare alla media dei voti o su quanti libri di Psicologia avessi versato gocce di sudore.
Semplicemente buttandomi in una nuova avventura.
Nel frattempo mi sono messa a lavorare per non essere un peso a livello economico per i miei.
Non che me l'avessero chiesto loro, quello mai. IO volevo, IO ho deciso di mettermi a lavorare, anche pulendo bagni in un pub.
Lì ho subito una specie di avance da parte del capo e decido di mollare. Eh no, quello era troppo: se si va contro i miei principi, in me si trova un muro senza possibilità di ritorno.
Cambio lavoro e per qualche mese faccio la segretaria commerciale, fino a che arriva settembre.
Proprio come dicono i Green Day, nel corso di quei mesi del 2008 mi sono ripetuta "Wake me up when September ends", perchè quello sarebbe stato il momento di svegliarsi e cambiare nuovamente vita.
Mi pongo un obiettivo: laurea in meno di 3 anni.
E ci riesco, con una tesi di cui vado fiera (una delle poche cose da me fatte di cui vado fiera) e con un 110 & lode sudato.
In 5 anni e mezzo ho dato più di 30 esami, di due facoltà differenti.
Ho lavorato, a contatto con i pubblici più diversi.
Ho coltivato i miei principali interessi, come la scrittura, e ne ho scoperti di nuovi, come la sociologia o la comunicazione aziendale.
Ho subito un inaspettato intervento chirurgico per un problema che ho avuto.
Ho pianto per questioni gravi, che mi hanno profondamente segnato
Ho pianto per questioni meno gravi.
Il tutto condito con tanto, tanto, tanto studio forsennato, che spesso non mi lasciava la possibilità di uscire il weekend.
E non si trattava di studiare "Storia dei talent show" o "Scienze e tecniche del corteggiamento a un tronista" (ovvero, ciò che pensano molti, leggendo "Scienze della Comunicazione"): a parte i 2 anni a Psicologia, ho studiato Diritto, Economia, Storia Contemporanea, Scienze Politiche, Sociologia, Comunicazione Aziendale, Marketing, Scienza delle Finanze, Inglese, Spagnolo. E molto altro ancora.
Questa è la sintesi (si fa per dire) del perchè a 25 anni ho solo una triennale in mano.
E mi devo pure sentir dire da una tizia, ad un colloquio per fare uno stage, con tono sdegnato,accusatorio e volto accigliato: "Quindi le sono voluti 6 ANNI per una triennale???????????!!!!!!!!!!!!!"
Il maiuscolo del 6 ANNI rende bene la sottolineatura che la tizia delle Risorse Umane ha dato a quel dettaglio e no,non ho esagerato con i punti interrogativi e esclamativi. Lei li ha usati tutti e accompagnandoli con due irritanti occhi sbarrati.
Questo tono lo ha assunto per più di una volta con me, nel parlare della questione dei 6 anni.
L'obiettivo evidente era di farmi sentire piccola piccola, di mettermi sotto stress.
Insomma, un test per provare la mia capacità di reazione.
Di tutto ciò sono consapevole ma mi chiedo se fosse proprio necessario, essendo uno stage per un semplice tirocinio di tot mesi al termine dei quali "Grazie per la sua collaborazione, ma ora abbiamo personale in esubero" e adios.
E poi senza indagare le ragioni di tale percorso, senza capire cosa si nasconda dietro a quella apparente follia di lasciare una Facoltà dopo quasi 3 anni?
Credo sia giusto in un colloquio mettere alla prova la personalità di un candidato, ma bisognerebbe concedergli almeno più di 5 minuti e formulare domande più sensate per descrivere tutto di sè e per poter dare spiegazioni esaurienti.
Dico questo con cognizione di causa, avendo fatti altri colloqui prima di quello descritto e mai mi sono trovata in una situazione così pullulante di incompetenza e maleducazione.
Perchè quello non era un test di stress. A casa mia quella si chiama arroganza.
Ed è l'arma peggiore da usare con noi giovani, già abbastanza demoralizzati per il nostro presente instabile.
Ci spostiamo da un'aula universitaria all'altra, o da un posto di lavoro precario all'altro, con una valigia sempre più leggera di sogni.
L'abbiamo iniziata a riempire quando eravamo bambini, con idee vaghe, caotiche, confuse. Ma belle.
Un bagaglio così pesante che se fosse stato vero, la Ryanair l'avrebbe lasciato a terra.
Negli anni, poi, la realtà ha trovato la combinazione giusta per aprire la nostra valigia e derubarci dei primi sogni. Questi sono come palloncini.
I politici di ogni colore e fazione, le manovre pro-privilegiati, la mancata meritocrazia, le lauree-carta straccia, i finanziamenti che mancano per le cose giuste, i finanziamenti che abbondano per le cose sbagliate, il precariato.......... questi sono gli spilli, che vanno a scoppiare i nostri sogni.
E allora che dire: ragazzi e ragazze, come me. Lasciate libera l'immaginazione, inventate il vostro lavoro, create il vostro futuro.
Rompiamo gli schemi e facciamo in modo che le future generazioni possano ricordarsi di quelli che sono stati giovani nei primi del 2000: noi. Che siamo travolti da crisi, sfiducia, noncuranza del nostro futuro da parte di chi dovrebbe darci una mano.
Facciamo vedere a tutti di che pasta sono fatti i giovani tanto bistrattati di oggi!
Rimbocchiamoci le maniche e se qualcuno vuole criticare, lasciatelo parlare fino a che i suoi occhi strabuzzati dallo sdegno non usciranno dalle orbite.
Citare Steve Jobs sarebbe semplice e soprattutto superfluo, essendo il suo discorso del 2005 uno dei più famosi della storia, ormai.
Ma lo condivido pienamente, perchè mi sostiene in quei momenti in cui mi pare inutile tutto ciò che faccio e mi pongo degli interrogativi pesanti sul mio futuro.
E sono certa che non abbia aiutato solo me.
Quindi questo voglio augurare, alle porte di un nuovo anno.
Nel caso non dovesse essere l'ultimo della storia dell'umanità come hanno gufat...pardon, profetizzato i Maya, allora fate in modo che questo 2012 sia solo l'aperitivo di un cenone da sogno (il troppo cibo calorico delle feste mi ha offuscato la mente)....fuor di metafora natalizia, lavoriamo sodo in questo 2012, perchè dobbiamo prendere a picconate quel muro che vogliono porci davanti, ostacolando la nostra crescita: solo così,attraverso la nostra breccia, potremo oltrepassare il muro e andare incontro al futuro che NOI vogliamo.
Come riempire quel buco fatto? Mettete la pergamena della laurea, tanto quasi sicuramente non vi servirà dopo.
Buon picconamento a tutti, giovani del 2000 :-)
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Ho letto questo post con molto interesse, e questo non solo per la tua capacità di scrittura che rende tutto scorrevole, ma anche perché mi ritrovo in tante delle cose che hai scritto.
RispondiEliminaL'altro giorno mi ha un po' sorpresa parlare con te perché, per certi versi, era un po' come ascoltare me allo specchio! Stessa laurea, stessa passione (tra l'altro, stesso sfondo del blog: parliamone!) e, purtroppo, stesso futuro segnato da un grosso punto interrogativo. Mi piace però quello che dici, di creare da soli il nostro futuro. In effetti anche io sono profondamente convinta che gli unici a salvarci...possiamo essere noi. Non c'è più nessuno ormai che ci getta dei salvagenti per aiutarci; siamo noi che dobbiamo arrivare a riva nuotando con più energia possibile. E, nonostante tutto, mi piace pensare che, prima o poi, ce la faremo. Basta crederci :)
Ciao Giulia!
RispondiEliminaInnanzitutto grazie mille per i complimenti...troppo buona!!
E' vero, ho avuto la stessa impressione anch'io...abbiamo avuto finora un percorso davvero simile...a tratti quasi impressionante.. :-P
Tra l'altro ho appena visto qual è il tuo blog e mi sono messa a ridere, perchè un po' di tempo fa mi c'ero imbattuta per caso mentre andavo alla scoperta di qualche blog interessante...e da quello che mi ricordo, scrivi veramente, ma veramente bene!
Ora mi leggo qualche tuo post! ;-)
...tornando al commento, sottoscrivo ogni parola: sono sempre stata fermamente convinta che tutto dipenda da noi, dalla nostra capacità di metterci in gioco, di sfidare noi stessi e cercare di inseguire i nostri desideri, piccoli o grandi che siano...
Bisogna crederci, tanto, e mai pensare che le cose piovano dal cielo, senza far niente...dobbiamo essere noi a far scatenare il temporale...
Ce la faremo! :-)
Grazie ancora Giulia!