martedì 28 febbraio 2012

Una seconda chance...




Riflettendo, ho notato una mancanza in questo mio blog "under construction".
Non ho mai parlato di film, musica, libri e viaggi che consiglierei o sconsiglierei.
Come se tu, che stai leggendo adesso, fossi un mio amico: è giusto che ogni tanto, tra pensieri e riflessioni, spuntino fuori dei consigli.
E così voglio inaugurare con questo post, una specie di "Rubrica di Alessandra"...anzi, la chiamerò RubricAle (in tempi di crisi, bisogna tagliare il superfluo)
Devo ammettere che questa stagione cinematografica sta offrendo dei bei gioiellini...ed io, che non rinuncio mai al mio appuntamento cinefilo settimanale, non posso che esserne contenta (il mio portafoglio,ahimè, un po' meno...)
Finora non ho mai fatto cenno a qualche pellicola che mi avesse particolarmente affascinato o al contrario deluso.
Forse perchè non ne ho le competenze, perchè non mi sono mai sentita una Vincenzo Mollica in gonnella...anzi, in leggings, considerata la mia abituale "mise".
Nella Rubricale, però, tenterò di essere almeno una "Mollichina".
Inizierò stasera, facendovi partecipi del mio entusiasmo per un film che ho amato fin dal trailer: "Quasi Amici" di Nakache e Toledano.
Accade spesso che la visione di un intero film, vada a smentire certe impressioni che t'eri creato con il trailer cucitogli perfettamente addosso: a far da cornice alle scene e alle battute migliori, a volte trovi anche recensioni entusiaste di riviste del settore e costellazioni di stelle per premiarne la qualità.
E' in quei casi che la seccatura per i quasi 9 euro sborsati si fa più cocente.
Allora, diciamolo subito: "Quasi Amici" non rientra in questa categoria di film esaltati, ma deludenti.
Al contrario, ha esaltato anche me.
Ho una predilezione per quei film che riescono a coniugare perfettamente umorismo e emozione, risate e riflessioni.
Due esempi su tutti: Forrest Gump e La Vita è Bella.
In questo caso, poi, la storia non è frutto della mente creativa di qualche sceneggiatore, bensì tratta dalla vita vera di Philippe Pozzo di Borgo e questo dà al film un'impronta diversa.
Più forte, più profonda.
Non starò qui a riportarvi la trama, che sicuramente tutti conoscerete.
Mi limito a sottolineare quanto straordinario sia il messaggio che i registi vogliono trasmettere.
Philippe e Driss (che nella vita reale si chiama Abdel) hanno voglia di riscatto.
Di riscatto sociale da una vita che non ha mai regalato niente a Driss, ma che al contrario è in debito con lui
Di riscatto dalla condanna a vivere senza la possibilità di muovere il 90% del corpo.
Solo con le parole e il proprio volto (un grosso complimento, qui, va ad un bravissimo Francois Cluzet), Philippe può esprimere ciò che prova e pensa.
Perchè Philippe pensa...eccome se pensa.
Ma molti attorno a lui credono che sia limitato, credono sia un bambino o un malato incapace di intendere e di volere.
A chi vuole metterlo in guardia sulla fedina penale sporca di Driss, infatti, lui darà una lezione di vita in poche parole.
Quando, con preoccupazione e visibile disprezzo, gli viene detto che "la gente come Driss è senza pietà", Philippe dà una risposta fortissima:
"E' proprio questo di cui ho bisogno. Di qualcuno che non abbia pietà".
Parole simili riescono a freddarti.
Perchè è così. La commiserazione non porta mai da nessuna parte.
Porta solo a creare rapporti falsati e buoni sentimenti forzati.
E questo è ancora più vero per Philippe, rimasto vittima della sua voglia di vivere sfiorando i limiti dell'estremo, andando sempre alle velocità più alte.
In aria, con il parapendio, o sulle strade, con macchine potentissime.
La regola, nella sua vita, è sempre stata quella di godersela al massimo.
Strano il destino, che poi lo ha condannato all'apparente impossibilità di vivere appieno ogni giorno.
Apparente, sottolineo.
Perchè come un tornado, nella sua vita arriva Driss.
Qui altra preziosa lezione: lasciarsi guidare dalle apparenze, non è mai cosa saggia.
E Philippe, durante il colloquio con Driss, è andato oltre la sua voglia di non lavorare, il suo accontentarsi di un sussidio di disoccupazione, la sua apparente "spocchia".
L'onestà, la sincerità e la mancanza assoluta di pietismo hanno fatto sì che lo preferisse (per fortuna) a tutti quei candidati dai capelli pomellati e dalle risposte imbarazzanti date durante i colloqui.
Ha saputo guardare oltre.
Vi avverto, uscirete dalla sala piegati in due.
Questo film è soprattutto una commedia geniale e brillante, come da tempo non mi capitava di vedere...in questo, a volte, i tanto odiati cugini d'Oltralpe riescono a batterci (basti vedere la netta superiorità, a mio avviso, dell'originale "Giù al Nord" rispetto al nostro "Benvenuti al Sud").
E proprio qui sta la magia di "Quasi Amici": ridi di gusto su una storia dominata dai problemi dell'handicap e dell'emarginazione sociale, senza mai esserne irrispettosi.
Mentre i crampi allo stomaco continuano per le troppe risate (io ho rischiato di scivolare dalla mia poltrona su un paio di scene), capisci che il film è in realtà incentrato su un qualcosa di più grande: il coraggio.
Cosa significa, in fondo, essere senza paura?
Per Philippe nella sua prima vita, voleva dire non farsi problemi nel prendere quota con il parapendio; nella seconda, non avere paura è accettare la propria nuova condizione, senza perdere l'autoironia e l'interesse per il mondo.
Come vedrete, nel corso del film, non sempre questa paura riuscirà a superarla.
Ma è come se i due "quasi amici" (...questo "quasi" sarebbe da togliere, in realtà), si compensassero: dove uno ha paura di qualcosa, ecco che l'altro viene in soccorso.
Driss non riusciva a prendere in mano la propria vita al di fuori delle banlieu parigine, non riusciva ad avere aspirazioni e seguirle.
Philippe gli ha insegnato a farlo.
Philippe  dopo la morte della moglie e il suo incidente, non credeva che la vita potesse offrirgli nuove emozioni.
Driss gli farà cambiare idea, totalmente.
Tra i due nasce uno scambio bellissimo: da una parte Driss gli ricorda che si può essere vivi, anche se tetraplegici e dall'altra Philippe, gli insegna che nella vita bisogna aspirare a qualcosa, sempre.
Cosa lascia un film simile?
Beh, che innanzitutto dovremmo essere tutti più coraggiosi.
E non nel senso di buttarsi da un aeroplano, con un elastico o mangiando scarafaggi vivi.
Il coraggio si vede spesso nella vita quotidiana.
Il coraggio è dare fiducia ad una persona, mentre tutti gli altri ti mettono in guardia.
Il coraggio è iniziare a sognare una vita migliore, anche partendo dalle cose più umili.
Il coraggio è lasciare perdere ammonimenti e prescrizioni.
Il coraggio, a volte, è essere spontanei.
Il coraggio è voler cambiare vita, ascoltando e apprendendo dagli altri.
Il coraggio è saper sorridere ancora, quando la vita non va come vorresti.
E quindi sì, Philippe e Driss/Abdel sono due modelli di coraggio.
Perchè la vita, ricordiamoci sempre, ci dona sempre una seconda chance.
Sta a noi saperla cogliere.


Vi lascio all'ascolto del brano che fa da colonna sonora...chiudete gli occhi e pensate a qualcosa di coraggioso che vorreste fare, anche voi...



Nessun commento:

Posta un commento